IL PRIMO GALACTICO

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La figura di Alfredo Di Stefano è suggestiva fin dalla nascita. Figlio di un italo-argentino e di una franco-irlandese, possiede legami familiari da parte di madre con Sandro Pertini, amatissimo Presidente della Repubblica Italiana, da parte di padre con Felicione Di Stefano, storico generale che ha affiancato Giuseppe Garibaldi in numerose battaglie. Anche Alfredo nel corso della sua vita scolpirà il suo nome nella storia, ma dal lato sportivo, costruendo il concetto di madridismo, per il quale vincere viene prima di giocare, che tutt’oggi è la filosofia utilizzata nella capitale spagnola del calcio e non.

L’esplosione al River Plate e la promessa mancata

Alfredo ha un fratello e una sorella, e tutti e tre sono innamorati del pallone, Norma di quello da Basket, i ragazzi, come tutti gli argentini, di quello da calcio. Giocano entrambi prima tra le strade del loro quartiere, il Barracas, poi con l’omonima squadra, e infine alterneranno lavoro, con il padre, e calcio, nel Club Social y Deportivo Unió Progresista, l’ultima squadra dove Tullio e Alfredo giocheranno assieme. Infatti nel 1944, Alfredo entra nelle giovanili del River Plate, una delle due grandi di Buenos Aires, squadra per cui tifa e dove sono i suoi idoli, i giocatori de la Maquina,la macchina, soprannome dato al River tra il 1941 e il 1947, periodo coronato da 4 titoli nazionali, ma sopratutto da un gioco estetico, fatto di pochi tocchi e tanti palloni in verticale. Uno di questi in particolare, Carlos Peucelle, che diventerà anche suo allenatore, spiegherà all’Alfredo 16enne come la pèlota (la palla) deve essere sempre giocata a terra, velocemente. Esordirà a 19 anni in prima squadra, il 15 Luglio del 1945L’anno successivo  verrà dato in prestito all’Huracan, altra squadra di Buenos Aires, dove gioca con regolarità e inizia a far parlare di sé, come quando proprio contro il River Plate mise a segno il goal più veloce nella storia del calcio argentino, appena 10 secondi dopo il fischio d’inizio. Ma chi stava dietro la Maquina sapeva bene di che giocatore si stesse parlando, e il prezzo che venne concordato (anche se leggende narrano di una decisione che l’Huracan fu costretto ad accettare più che che a concordare) per il riscatto del giovane Alfredo si stabilì a 90.000 pesos, che la squadra concittadina probabilmente non aveva mai avuto nella sua intera storia, almeno fino a quel momento. E infatti quando tornerà dal suo prestito, di goal con il River Di Stefano ne farà 28.

Nello stesso anno esordirà con la Nazionale Argentina, segnando 6 goal in 6 presenza alla Copa America, che verrà vinta proprio dall’Albiceleste. Saranno le uniche presenze di Di Stefano con la maglia del suo paese, perché dal 1948 le cose cambieranno, ma non solo per lui, ma per l’intero calcio Sudamericano. Infatti tra i grandi giocatori si mise in piedi uno sciopero collettivo, per tutelare la posizione da professionisti e ponendosi contro lo strapotere decisionale dei dirigenti. Si arriva però al 1949, e mentre in Sud America le proteste continuano, dall’Europa imperversa la notizia dell’incidente aereo avvenuto a Superga, dove morirono giocatori e staff (più personale di volo e giornalisti) del Grande Torino, la squadra di calcio italiana più forte del momento, e forse, di sempre. Ovunque il calcio si ferma. Il presidente del River Plate fa di tutto per poter giocare un amichevole commemorativa a Torino, tanto da lasciare alla seconda squadra l’impegno in campionato. Ma ancor più simbolico sarebbe stato il passaggio di Alfredo Di Stefano in maglia granata. Il Torino sarebbe ripartito da lui e costruito su di lui, e probabilmente le gerarchie del calcio italiano sarebbero oggi stravolte se questa trattativa si sarebbe conclusa. Ma il “no” fu dato da Di Stefano stesso, scusandosi, ma dicendo come dovesse rispettare la parola data ai colombiani del Millonarios di Bogotà. Il perchè un calciatore con tale fama avesse accettato di andare a giocare in un campionato come quello colombiano è legato proprio agli scioperi del 1948. Se nel resto del Sud America si facesse fatica a farsi riconoscere come veri professionisti, l’esatto opposto accadde in Colombia, dove la DIMAYOR decise di separarsi dalla Adefútbol, e per spiegare il senso di quest’azione potremmo fare un parallelismo con l’Italia, ipotizzando che la Lega Calcio Serie A decidesse di separarsi dall FIGC. Risulato del’operazione: campionato organizzato dalla DIMAYOR non riconosciuto dalla FIFA. I giocatori che sarebbero andati a giocare in quella competizione avrebbero perciò rischiato una squalifica verso tutte le altre competizioni FIFA, ma le squadre della DIMAYOR non subivano alcun controllo finanziario e poterono usare liberamente i soldi per gli stipendi. Nascevano quindi nel 1949 in Colombia, i primi annuali milionari nel mondo del calcio.  Questo periodo verrà definito El Dorado, anni nei quali la Colombia ospiterà tanti campioni, per lo più Sud Americani,ma che terminerà nel 1951 (in forma teorica, per la sistemazione di tutti gli aspetti burocratici riferiti a squadre o giocatori si dovrà attendere il 1954) con il riavvicinamento tra FIFA e DIMAYOR tenutosi a Lima.

Di Stefano in Colombia

 

Di Stefano, Bernabéu e il Real Madrid

Nel 1952 venne organizzato un torneo per festeggiare i 50 anni dalla fondazione del Real Madrid, a cui presero parte anche i Millionarios, che batterono i padroni di casa 4-2. La cosa più importante però, avvenne sugli spalti. Dalla tribuna infatti, guardava con attenzione la partita lo storico presidente dei blancos, Santiago Bernabèu. Nella sua testa era già da tempo concepita l’idea del calcio come una serie di investimenti. Da quando divenne presidente, nel 1943, aveva infatti riorganizzato ogni aspetto che si potesse migliorare all’interno del club, toccando il punto più alto con la costruzione dello stadio realizzato nel distretto di Chamartín, ribattezzato nel 1955 proprio a suo nome, il più grande d’Europa in quel momento. Ma ciò che sentenziava il rettangolo di gioco non rispecchiava ciò che ne accadesse intorno. Prima dell’arrivo di Di Stefano,i blancos avevano vinto soltanto 2 campionati nazionali, contro i 6 del Barcellona e i 4 dell’Atletico, l’altra di Madrid, che portava il simbolo della città. Tutti gli investimenti e i ricavi derivanti da essi permisero però a Bernbéu di avere a disposizione abbastanza budget per iniziare ad acquistare grandi giocatori, allontanandosi anche dalla Spagna e dagli spagnoli. Il torneo organizzato aveva infatti questo obiettivo. Non ci volle molto a Bernbéu per capire su chi investire quei soldi. Il problema per il Madridista risiedeva sul fatto che per Di Stefano si era già mosso il Barcellona, che aveva offerto ben 200.000 mila dollari, ma non ai Millionarios, ma al River, l’ultima squadra facente parte della FIFA ad aver tesserato l’argentino. Allora Bernabéu lo compra dai colombiani. Ne nasce un caso mediatico e burocratico che rimanderà di un anno l’esordio dell’attaccante in Spagna. Viene proposto di mandare Di Stefano a Madrid per i primi due anni, e al Barcellona gli altri due. I catalani saranno i primi a mollare la presa. Alfredo Di Stefano firma per cui con il Real Madrid, per 4 anni. Esordisce il 22 Settembre 1953 proprio nel clasico, contro il Barcellona. Il Real Madrid vince 5-0, Di Stefano ne fa tre. In tutto l’anno ne segnerà altri 24, laureandosi capocannoniere della Liga, e il Real torna a vincere il campionato dopo 20 anni.

La prima foto di Di Stefano in Italia

Le cinque Coppe Campioni

L’anno successivo gli esiti del campionato sono gli stessi. Di Stefano capocannoniere del campionato, Real Madrid Campione di Spagna. Questo successo assumeva più importanza per il fatto che certificò la presenza dei blancos alla prima storica Coppa Campioni, antenata dell’odierna Champions Legue, nata dall’esigenza di far nascere una competizione che potesse determinare la squadra più forte d’Europa. Il presidente Bernabèu non aspettava altro. Era riuscito a donare al Real un solidissima struttura societaria, aveva costruito uno degli impianti sportivi più importanti del mondo,aveva comprato il calciatore più forte del mondo con cui rese il Real Madrid la squadra più forte della Spagna. Era arrivato il momento di vincere a livello internazionale e portare il nome dei blancos sul tetto del calcio mondiale. Il 13 giugno 1956 si tenne a Parigi la prima finale della storia della Coppa Campioni. Real Madrid contro Stade Reims, squadra francese. Dopo 10 minuti la squadra di casa è già avanti 2 a 0. Accorcerà le distanze proprio Di Stefano, pareggerà Rial alla mezz’ora, e riporterà avanti i francesi Hidalgo. Da quel momento è tango argentino. Alfredo si mette esattamente al centro della metà campo avversaria, dove riceve palloni per poi scaricarli ai compagni. Altri fraseggi, e poi la palla gli ritornerà sui piedi. E’ elegante, agile, fortissimo tecnicamente, ma sopratutto micidiale davanti la porta. Lo Stade Reims questo lo sa bene, e non gli concede altre possibilità di tiro dopo il goal iniziale, ma all’ex River basteranno un paio di movimenti con il corpo, spostare il pallone con due tocchi, che lo spazio lo crea per i compagni. Inspira infatti i goal del 3-3 e del 4-3. Gli ultimi minuti si mette anche a difendere, e lo farà con una certa maestria, tanto che ricapiterà più avanti di essere adattato come terzino in caso di bisogno. Viene considerato infatti un precursore del calcio totale dell’Olanda degli anni ‘70, dove ogni giocatore potrebbe ricoprire ogni ruolo. Di Stefano per altro estremizza il concetto, quando ai tempi del River viene messo in porta per sostituire il compagno, in un derby contro il Boca Juniors. Ci resterà per 20 minuti, e non prenderà neanche goal. La partita finirà 4-3, e il Real Madrid è campione d’Europa. Il fascino di questa nuova competizione forse distrae il Real dal campionato, dove comunque Di Stefano sarà capocannoniere, ma per aver vinto l’edizione precedente, i blancos potranno giocare anche la successiva Coppa Campioni. Arriveranno nuovamente in finale, stavolta contro al Fiorentina di Fulvio Bernardini. Apre le danze Di Stefano, le chiude Gento. Nel mentre il Real torna ad essere anche campione di Spagna, e Di Stefano vince il suo primo Pallone d’oro. Nella finale del 1958 incontreranno un altra italiana, stavolta il Milan di Schiaffino. Agli spagnoli serviranno i tempi supplementari stavolta, tanto che nei tempi regolamentari andranno due volte sotto, per poi pareggiare con Di Stefano e Rial. Siamo a 3 Coppe Campioni. Nel 1959 la finale è ancora Real Madrid-Stade Reims, e vincono ancora i blancos. Goal e rigore procurato per Di Stefano, che era appena divenuto per la quinta volta capocannoniere in Spagna, e qualche mese dopo riceverà il suo secondo Pallone d’oro. La finale della quinta Coppa Campioni del Real, nel 1960, è l’apoteosi del gioco dei madrileni. Si gioca a Glasgow, contro i tedeschi del Francoforte, che dopo 20 minuti sono avanti, ma è solo un abbaglio. Finirà 7 a 3 per il Real, tripletta di Di Stefano.

Gracias Alfredo

Dopo la finale di Coppa Campioni del 1964 persa contro l’Inter, termina la storia di Di Stefano al Real Madrid, entrando in conflitto con l’allenatore Munoz. Si trasferisce quindi all’Espanyol, dove terminerà la sua carriera arrivando a toccare i 40 anni, diventando poi anche un ottimo allenatore, vincendo sia in Spagna che in Argentina. Il legame che Don Alfredo ha creato con Il Real Madrid è qualcosa di unico nel calcio. Considerato il primo dei tanti fenomeni che nel corso degli anni vestiranno la camiseta blanca, i cosiddetti galacticos, grazie al suo arrivo e alle gesta del presidente che lo ha portato nella capitale, Bernabéu, ha reso una squadra che fino a quel momento era coperta dall’ombra del Barcellona e dell’Atletico Madrid, un punto di riferimento calcistico e una società di caratura internazionale. Il talento e la personalità di Don Alfredo è stata la base su cui di anno in anno si è costruito il club più titolato del mondo, utilizzando il fenomeno argentino come esempio di mentalità vincente che viene tutt’oggi professata in casa Real. Non a caso in tutte e cinque le finali vinte di Coppa Campioni, Di Stefano ha segnato almeno un goal. Non a caso diviene il primo nella storia a vincere più di una volta il Pallone d’oro. E’ sbagliato però parlare di Di Stefano come argentino, perché a sottolineare l’unione con la squadra e la città di Madrid, nel 1956 diventa un cittadino spagnolo, e resterà a vivere nella capitale fino al giorno della sua morte, il 7 luglio del 2014, appena dopo aver visto il suo Real Madrid diventare la prima squadra a vincere 10 volte la Champions Legue. Alla prima partita ufficiale dopo la sua scomparsa, nello stadio intitolato a Bernabéu, viene reso omaggio a quello che è stato Don Alfredo per il Real Madrid. Vengono messi al centro del campo tutti i trofei vinti con i blancos, e i tifosi, lungo la tribuna difronte quella d’onore, espongono un enorme striscione, che riassume tutto ciò che il popolo madridista può dire a chi più di tutti gli ha resi grandi: Gracias Alfredo.

 

Fonte immagine: Tacchietacchetti.wordpress.com

                            RealMadrid.com

                            Corriere.it

                            Eltiempo.com

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