RIFIUTI URBANI, COM’E’ ANDATA NELL’ANNO DEL LOCKDOWN. RAPPORTO ISPRA

301

Produzione in calo ( -3,6%), bene raccolta differenziata in aumento nel mezzogiorno, bene anche il riciclaggio, ma la plastica resta un problema, infatti, ogni abitante spende circa 186 euro (+ 8,8 euro rispetto al 2019)

Il Rapporto è frutto di una complessa attività di raccolta, analisi ed elaborazione di dati da parte del Centro Nazionale dei Rifiuti e dell’Economia Circolare dell’ISPRA.

I dati sui rifiuti urbani relativi al 2020 sono fortemente influenzati dall’emergenza sanitaria da Covid-19 che ha segnato il contesto socio-economico nazionale. Le misure di restrizione adottate e le chiusure di diversi esercizi commerciali hanno influito sui consumi nazionali, determinando un calo della produzione dei rifiuti superiore a un milione di tonnellate.

Quale è stata la produzione nazionale dei rifiuti?

Nel 2020, la produzione nazionale dei rifiuti urbani si attesta a 28,9 milioni di tonnellate, in calo del 3,6% rispetto al 2019 (-1,1 milioni di tonnellate); la diminuzione si registra in tutte le macro aree geografiche: nel Centro Italia il calo percentuale più consistente (-5,4%), seguono le regioni settentrionali (-3,4%) e quelle meridionali (-2,6%).

Ogni cittadino italiano produce 488 chilogrammi di rifiuti all’anno. La produzione pro capite piùelevata è quella dell’Emilia Romagna, con 640 chilogrammi per abitante per anno, pur se in calo del 3,5% rispetto al 2019. Le altre regioni con un pro capite superiore a quello medio nazionale sono Valle d’Aosta, Toscana, Liguria, Umbria, Marche, Friuli Venezia Giulia e Lazio. I valori minori di produzione pro capite si registrano per la Basilicata (345 chilogrammi per abitante), il Molise (368 chilogrammi) e la Calabria (381 chilogrammi).

Risultano in calo anche gli indicatori socio-economici (PIL e spesa per consumi finali sul territorio economico delle famiglie residenti e non residenti). Tuttavia, i rifiuti prodotti fanno registrare un calo più contenuto (-3,6%) rispetto a quello del PIL e delle spese delle famiglie, rispettivamente pari all’8,9% e all’11,7%, facendo rilevare un lieve disallineamento tra l’andamento della produzione dei rifiuti e quello degli indicatori socio-economici.

Quanta raccolta differenziata facciamo?

La percentuale di raccolta differenziata si attesta al 63% della produzione nazionale, con una crescita di 1,8 punti rispetto al 2019. Nonostante l’emergenza sanitaria da Covid-19 abbia influito significativamente sui consumi nazionali e di conseguenza sulla produzione dei rifiuti, il sistema di gestione delle raccolte differenziate ha, quindi, garantito l’intercettazione dei flussi di rifiuti presso tutte le tipologie di utenze e proprio le regioni maggiormente colpite dall’emergenza, dove sono state disposte specifiche ordinanze per il conferimento dei rifiuti nell’indifferenziato, hanno saputo adottare misure efficienti di gestione assicurando il ritiro di tutti i rifiuti.

Le percentuali rispetto alla produzione totale dei rifiuti urbani di ciascuna macroarea, sono pari al 70,8% per le regioni settentrionali, al 59,2% per quelle del Centro e al 53,6% per le regioni del Mezzogiorno.

Rispetto al 2019, tutte le macro aree geografiche mostrano incrementi nelle percentuali di raccolta differenziata. Nel 2020, raggiungono o superano l’obiettivo del 65% fissato dalla normativa per il 2012, ben 9 regioni: Veneto (76,1%), Sardegna (74,5%), Lombardia (73,3%), Trentino Alto Adige (73,1%), Emilia Romagna (72,2%), Marche (71,6%), Friuli Venezia Giulia (68%), Umbria (66,2%) e Abruzzo (65%). Sono prossime all’obiettivo Piemonte (64,5%), Valle d’Aosta (64,5%), mentre la Toscana si attesta al 62,1%.

Al di sotto del 50% si colloca solo la Sicilia (42,3%) che, tuttavia, fa registrare un aumento di 3,8 punti rispetto alla percentuale di raccolta differenziata del 2019 (38,5%). In questa regione, in particolare, nel quinquennio 2016-2020, la percentuale di raccolta differenziata risulta quasi triplicata.

Cosa si differenzia maggiormente?

L’organico si conferma la frazione più raccolta in Italia. Rappresenta il 39,3% del totale. Il 68,4% della frazione organica è costituito dalla frazione umida da cucine e mense (4,9 milioni di tonnellate), il 27,1% (1,9 milioni di tonnellate) dai rifiuti biodegradabili provenienti dalla manutenzione di giardini e parchi, il 3,8% (275 mila tonnellate) dai rifiuti avviati al compostaggio domestico e lo 0,7% (circa 49 mila tonnellate) dai rifiuti dei mercati.

Carta e cartone rappresentano il 19,2% del totale; segue il vetro con il 12,2% e la plastica che rappresenta l’8,6%. Quest’ultima presenta la maggior crescita dei quantitativi raccolti, pari al 4,4% con un quantitativo complessivamente intercettato pari a quasi 1,6 milioni di tonnellate. Il 95% dei rifiuti plastici raccolti in modo differenziato è costituito da imballaggi.


Quanti impianti ci sono in Italia?

Nel 2020, circa il 51% dei rifiuti prodotti e raccolti in maniera differenziata viene inviato ad impianti di recupero di materia; il riciclaggio totale, comprensivo delle frazioni in uscita dagli impianti di trattamento meccanico e meccanico biologico, si attesta al 54,4% e riguarda le seguenti frazioni: organico, carta e cartone, vetro, metallo, plastica e legno.

Gli impianti di gestione dei rifiuti urbani, operativi nel 2020, sono 673. Al Nord ve ne sono 359, 120 al Centro e 194 al Sud. Sono dedicati al trattamento della frazione organica della raccolta differenziata 359 impianti, 132 sono impianti per il trattamento meccanico o meccanico biologico dei rifiuti, 131 sono impianti di discarica cui si aggiungono 37 impianti di incenerimento e 14 impianti industriali che effettuano il coincenerimento dei rifiuti urbani.

Va rilevato che l’aumento della raccolta differenziata ha determinato negli anni una crescente richiesta di nuovi impianti di trattamento, soprattutto per la frazione organica, ma non tutte le regioni dispongono di strutture sufficienti a trattare i quantitativi prodotti.

Quanti rifiuti vengono smaltiti in discarica e quanti inceneriti?

Il 20% dei rifiuti urbani è smaltito in discarica, pari a 5,8 milioni di tonnellate, con una riduzione del 7,4% rispetto al 2019. Si evidenzia un decremento riferibile al Sud (-9,1%), pari, in termini assoluti a oltre 259 mila tonnellate di rifiuti. Diminuzioni significative si rilevano, anche, al Centro (-8,3%), pari a circa 159 mila tonnellate, dovute ai miglioramenti in termini di raccolta differenziata nelle stesse aree. Nell’ultimo decennio il ricorso alla discarica si è ridotto del 56%, passando da 13,2 milioni di tonnellate a 5,8 milioni di tonnellate. Il numero degli impianti operativi è rimasto stabile rispetto alla precedente rilevazione (131 impianti).

Il 18% dei rifiuti urbani prodotti è incenerito (oltre 5,3 milioni di tonnellate); il dato è in diminuzione del 3,6% rispetto al 2019. Su 37 impianti operativi, 26 si trovano al Nord, in particolare in Lombardia e in Emilia Romagna.


Imballaggi e rifiuti d’imballaggio: a che punto siamo?

La normativa europea prevede ambiziosi obiettivi di riciclaggio al 2025 e 2030 per i rifiuti d’imballaggio che rappresentano uno dei principali flussi monitorati.

Nel 2020, il recupero complessivo dei rifiuti d’imballaggio rappresenta l’83,7% dell’immesso al consumo, in aumento di oltre tre punti rispetto al 2019. Tutte le frazioni merceologiche presentano un incremento della percentuale, ad eccezione di acciaio e alluminio.

Con le attuali metodologie di calcolo, tutte le frazioni di imballaggi raggiugono gli obiettivi di riciclaggio previsti per il 2025, ad eccezione della plastica. Per il riciclaggio di tale frazione, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, che ha inserito tra le proprie missioni il miglioramento della gestione dei rifiuti come strumento fondamentale per l’attuazione dell’economia circolare, prevede fondi per il potenziamento dei sistemi di riciclaggio della plastica mediante riciclo meccanico e chimico in appositi “Plastic Hubs”.


Quali rifiuti importiamo e quali esportiamo?

Nel 2020 sono state esportate 581 mila tonnellate di rifiuti urbani (il 2% dei rifiuti urbani totali prodotti) e ne sono state importate 237 mila. L’Austria, la Spagna e il Portogallo si confermano i Paesi cui sono destinati i maggiori quantitativi di rifiuti urbani. Le due regioni che maggiormente esportano sono la Campania e il Lazio.

I rifiuti prevalentemente inviati fuori dai confini nazionali sono quelli prodotti dal trattamento meccanico (31,5% del totale esportato) destinati in Spagna, in Portogallo e in Austria, seguiti dal combustibile solido secondario (20%) destinato all’isola di Cipro, in Portogallo, in Austria e in Ungheria.

Gli impianti localizzati sul territorio nazionale importano vetro (28,3%), plastica (23,3%), metallo (15,4%), abbigliamento (15%) e, in minor misura, carta e cartone e legno che costituiscono rispettivamente il 7,8% e il 5% del totale importato.

Il vetro arriva soprattutto dalla Svizzera ed è destinato ad impianti di recupero e lavorazione situati per lo più in Lombardia. La plastica, proveniente soprattutto dalla Francia, dalla Polonia e dalla Spagna, è importata in Veneto. L’abbigliamento, invece, è importato in massima parte dalla Campania, presso aziende che ne effettuano il recupero.

Quanto costa la gestione dei rifiuti?

Nel 2020, il costo medio nazionale annuo pro capite di gestione dei rifiuti urbani è stato pari a 185,6 euro/abitante (nel 2019 era176,7 euro/abitante) in aumento di 8,8 euro ad abitante. Al Centro i costi più elevati 221,8 euro/abitante, segue il Sud con 195,7 euro/abitante. Al Nord il costo è pari a 165,6 euro/abitante. Tra le città che presentano il maggior costo si segnalano Venezia con 376 euro ad abitante, Cagliari con 299,8 euro ad abitante e Perugia con 288,2 euro ad abitante. I costi minori si rilevano per Campobasso, 160,5 euro ad abitante, Trento, 177,9 euro ad abitante e Trieste, 194,9 euro ad abitante.

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.

This website uses cookies to improve your experience. We'll assume you're ok with this, but you can opt-out if you wish. Accept Read More