Riciclare i rifiuti da costruzione e demolizione. L’economia circolare alla prova dei fatti 

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I rifiuti da costruzione e demolizione (C&D, d’ora in poi) rappresentano quasi la metà (in peso) dei rifiuti complessivamente prodotti nel nostro Paese. È evidente, quindi, che la transizione ecologica e l’adozione dell’economia circolare passano da questa filiera. A patto, però, che vengano superati gli attuali limiti normativi e i fallimenti di mercato che finora ne hanno frenato lo sviluppo, e che non sembrano essere stati superati nemmeno dal nuovo Decreto End of Waste.

I numeri dei rifiuti da C&D

Quasi la metà dei rifiuti prodotti in un anno nel nostro Paese sono imputabili all’edilizia, sotto forma di scarti delle attività di costruzione e demolizione di edifici, opere pubbliche, ristrutturazioni di abitazioni private, sino ai crolli e alle macerie conseguenti agli eventi sismici, purtroppo non infrequenti. Si tratta di circa 70 milioni di tonnellate[1] di rifiuti (di cui circa 60,6 milioni provenienti dai circuiti degli speciali, 400.00 ton. dagli urbani), che totalizzano il 48,4% del totale dei rifiuti non pericolosi prodotti nel Paese.

L’andamento della produzione dei rifiuti da C&D negli anni 2016-2019 fa segnare un incremento del 28%, dal momento che tali volumi erano 54,8 milioni di tonnellate nel 2016, a fronte dei 70 milioni del 2019. Facendo affidamento su un perimetro di rifiuti da C&D più ristretto (pari a 52,1 milioni di tonnellate), ai sensi della produzione dei rifiuti da C&D secondo la codifica del Regolamento (CE) n. 2150/2002 relativo alle statistiche sui rifiuti, il tasso di recupero – inteso come preparazione per il riutilizzo, riciclaggio e altre forme di recupero di materia dei rifiuti da costruzioni e demolizioni – si attesta al 78,1%.

Tuttavia, una semplice analisi empirica, che parte dalle esperienze e dalle performance degli operatori, rivela uno scenario più problematico. Forse mai come nel caso dei rifiuti da C&D lo iato tra rappresentazione ufficiale e realtà appare così stridente.

A fronte di statistiche ufficiali che indicano tassi di avvio a recupero superiori al 70%, le stime di settore e le percezioni degli operatori segnalano uno scenario molto più problematico, con una buona parte di aggregati lasciati nei magazzini o comunque non impiegati nei cantieri per mancanza di mercati competitivi e in generale per criticità di tipo regolatorio, come si dirà meglio dopo. Stanti i nuovi target UE di riciclaggio, la filiera dei rifiuti C&D presenta, quindi, un enorme potenziale di crescita.

Il riciclo effettivo è ancora disincentivato dal basso costo e dalla maggiore “sicurezza” normativa e regolamentare dei materiali vergini da cava, scontando peraltro un tasso di illegalità ancora alto – essendo tra le frazioni con il più alto ricorso agli abbandoni incontrollati[2] – come dimostrano i dati sui sequestri di siti di smaltimento non autorizzati[3].

Perché ciò è accaduto? Essenzialmente perché, come si accennava, fino a oggi i rifiuti C&D sono stati oggetto di un quadro di regolazione eccessivamente farraginoso e a tratti schizofrenico e di un esemplare caso di fallimento di mercato.

Gli ostacoli con cui si scontra la gestione dei rifiuti da C&D

Da quasi 10 anni, per questa tipologia di rifiuti, si attende un apposito decreto End of Waste che possa favorire la nascita di catene del valore efficaci e certe. Tuttavia, ogni tentativo si è sinora infranto sulla richiesta di limiti tabellari sui contenuti di inquinanti nei prodotti da riciclo e in procedure particolarmente esigenti, che renderebbero le attività di recupero ancora più problematiche – financo impossibili – e in ogni caso sicuramente più costose. Un evidente paradosso che ne ha bloccato sinora ogni sviluppo. In questo senso, un esempio è rappresentato dall’esperienza della gestione delle macerie post terremoto 2012 in Emilia-Romagna, ove si è appurato che lo sforamento del parametro “solfati” era con ogni probabilità riferito alla presenza di muffe presenti nell’intonacatura degli edifici, quindi non alla presenza di inquinanti, con tutte le conseguenze di aver bloccato a monte la produzione di aggregati riciclati per l’impiego effettivo in sostituzione di materiali vergini da cava.

Sulla spinta del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), di recente il Ministero della Transizione Ecologica (MiTE) è stato chiamato ad accelerare i tempi, elaborando una nuova versione del Decreto End of Waste, dopo un lungo braccio di ferro tra ISPRA e associazioni di produttori di aggregati riciclati e in genere degli operatori edili, che a marzo del 2022 è stata inviata alla UE e al Consiglio di Stato. Al testo, sono giunte numerose critiche, dagli operatori del settore fino alle Regioni e ai giudici del Consiglio di Stato.

Il giudizio espresso è unanime: il decreto favorirà le discariche e i cavatori (produttori di materiali vergini) e circa l’80% degli aggregati riciclati prodotti finora non sarà compliance rispetto ai nuovi e più stringenti limiti, l’esatto contrario della ratio per il quale sarebbe stato scritto, ovvero sostenere il recupero e la produzione di materie prime seconde (aggregati riciclati). Il paradosso in questo caso è che l’aver scelto di alzare eccessivamente in alto l’asticella del principio di precauzione e della tutela ambientale abbia quale unico risultato quello di disincentivare ulteriormente la produzione e l’impiego degli aggregati riciclati. Un tipico esempio di eterogenesi dei fini concretizzatosi nel mondo dei rifiuti.

Forse in nessun altro caso come per i rifiuti C&D, le contraddizioni e i paradossi rinnovano il conflitto tra il mondo dei rifiuti e il mondo dei materiali. L’auspicio è ci sia ancora il tempo per rimediare a tale rischio paventato dagli operatori del settore, aprendo un confronto franco e netto nel merito del nuovo provvedimento, quindi sui costi e sui benefici attesi. Nella consapevolezza che nella corretta gestione dei C&D si trova la vera chiave di volta per la razionalizzazione del ciclo dei rifiuti, così come nell’incentivo all’uso degli aggregati riciclati nei cantieri risiede uno dei passaggi cruciali per la transizione ecologica del settore edilizio.

Il settore pubblico è chiamato a risolvere i limiti che frenano lo sviluppo del mercato degli aggregati riciclati, utilizzando gli incentivi e snellendo le procedure, provando a sensibilizzare/formare le stazioni appaltanti sugli obblighi di legge.

I CAM e il GPP sono strumenti indispensabili, già pronti a giocare un ruolo importante di incentivo. Le stazioni appaltanti devono, quindi, contemplare i CAM obbligatoriamente. Anche perché, il settore privato è pronto al salto di qualità. A patto, chiaramente, che la regolazione pubblica faciliti questo salto di qualità, creando le condizioni regolatorie idonee e favorendo processi di consolidamento industriale e osmosi.

L’intervento pubblico dovrebbe risolvere i fallimenti di mercato e compensare le diseconomie prodotte da norme poste a tutela ambientale. Creare meccanismi di mercato, attualmente completamente assenti, consentirebbe non solo di ottenere enormi benefici ambientali ma risparmi consistenti sia alla Pubblica Amministrazione – nella sua qualità di committente/Stazione Appaltante – sia agli operatori privati – nella qualità di produttori/conferitori di macerie presso i siti di gestione/smaltimento.

Insomma, per tutte le ragioni sopra accennate, sono indispensabili meccanismi combinati di incentivi all’impiego degli aggregati riciclati e disincentivi ai conferimenti in discarica e al prelievo di materiali vergini, regolati dal settore pubblico. Come si diceva prima, l’economia circolare per affermarsi deve diventare conveniente, non solo etica.

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